Cosa c’è di male se mi manchi?
Voglio pubblicare oggi questi miei pensieri, appuntati circa due mesi fa, perchè incredibilmente corrispondono ai miei pensieri di oggi e raccontano la stessa situazione che, puntuale come un orologio, si è ripresentata alla mia porta. Forse la morale è che per cambiare le cose bisogna essere in due, non basta che uno provi a vivere l’altro mostrandogli nella quotidianità che si può essere felici, attimo dopo attimo, senza dover per forza razionalizzare le proprie sensazioni.
Oggi è una bella giornata ed è trascorsa solo una settimana dall’ultima volta che ci siamo abbracciati, baciati parlati. Non chiedermi perchè, ma sentivo che quello che ci stava capitando nascondesse “una fregatura”. Tutti mi dicevano “stai tranquilla, hai solo paura di soffrire… “, ma io che, qui lo dico e non lo nego, difficilmente sbaglio a percepire gli altri, sentivo qualcosa che non mi faceva stare tranquilla.
Eppure, diversamente dalle altre volte, mi sono sentita abbastanza forte da mettere da parte le mie paure e lasciarmi andare in un rapporto i cui rischi erano ripartiti molto poco democraticamente: 80% a me e 20% a te.
Sinceramente, non ho razionalizzato i motivi della mia ansia, perchè la mia pelle e il mio corpo vivono serenamente anche senza l’intermediazione del cervello. Ho imparato che, in alcuni casi, la razionalità non serve a chiarire, ma aumenta la confusione, alimenta le paure, blocca gli istinti più sani e ferisce con parole che non corrispondono ai movimenti interni, quelli veri. Quindi, mi sono detta, vivi e non pensare, godi e sviluppa la tua nuova sensibilità, il resto lo scoprirai solo vivendo.
Poi qualcosa è successo, d’inspiegabile per me, ma per te così reale da farti stare male (ancora Lucio Battisti torna a sottolineare i momenti della nostra breve storia)… e così è finita.
Sono stata molto triste in questi giorni, perchè ci avevo creduto.
Avevo creduto alla sintonia, ai libri letti e raccontati, ai film visti, alle chiacchiere e a quella complicità che ogni volta si faceva più profonda. Ma, soprattutto, avevo creduto alla sensazione di benessere provata tutte le volte che siamo stati insieme, anche quando siamo soltanto andati a cinema o abbiamo visto un Dvd. Ho creduto ai fatti e ho messo da parte le parole, ho creduto a te che non sai mentire e agli abbracci che mai mi erano sembrati così veri.
Ecco, mi manca quella sensazione di condivisione, la piccola grande gioia di raccontarti i miei pensieri dopo un concerto e scoprire i tuoi, sincopati ma mai banali.
Mi manchi e non c’è niente di male a sentire la tua mancanza, né a dirlo, anzi a scriverlo, perché anche se non potrò più vivere quei momenti con te, questa volta non ho paura di perdermi o perdere una parte di me stessa. Questa volta sono stata diversa e ho creduto che lo fossi anche tu.
La notizia rimbalza nel Web ormai da quattro giorni: Sean Penn presiederà la giuria del 61° Festival di Cannes che si svolgerà nella settimana dal 14 al 25 maggio.
Ventanni fa non esistevano, anzi, quei pochi che c’erano non costituivano di certo una categoria, ma oggi ogni azienda, prima o poi, direttamente o indirettamente, si avvale del loro supporto. Sono programmatori, analisti software e hardware, sistemisti, insomma tutti quei professionisti che, solitamente, se ne stanno in silenzio dietro a un monitor fino a quando non ti forniscono ‘la soluzione finale‘. La maggior parte di loro, quelli bravi aggiungerei, è di poche parole, a domanda risponde e ti saluta se t’incontra, ma difficilmente prende la parola e tantomeno l’iniziativa.
Ho sempre considerato la domenica una giornata triste. Quando ero piccola perché non vedevo l’ora di tornare a scuola (sì, lo so, non ero una bambina normale), da adolescente perché c’era sempre un idealistico principe azzurro che mi faceva aspettare, da adulta perché è l’ultimo giorno di dolce far niente, prima di ritornare allo stramaledetto lavoro.
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